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Il vino in Tunisia: le donne raccontano

13 Lug 2016
Il vino in Tunisia: le donne raccontano

Ringraziamo Ilaria Guidantoni per l’interessante ed ampio contributo che dedica al Blog delle Donne del Vino, in cui racconta la sua esperienza tunisina in relazione alla cultura del vino nell’area della sponda sud del Mediterraneo.

L’esperienza tunisina, la vite: coltura e cultura tradizionale
di Ilaria Guidantoni

La giornalista Ilaria Guidantoni

La giornalista Ilaria Guidantoni

Considero il Mediterraneo alla maniera dello storico francese degli Annales Fernand Braudel, non un mare ma una somma di mari, non una civiltà ma una somma di civiltà, e insieme un luogo dell’anima e dell’identità più forte e antecedente qualsiasi identità e appartenenza per le genti che vi si affacciano. Se volessimo tracciarne i confini certamente i confini botanici avrebbero un loro significato importante. E così si può dire che il Mediterraneo arriva fino a dove cresce l’ulivo, il fico, il dattero, il melograno non è aspro e la vite vi trova dimora. Quest’ultima come le altre piante assume un significato fortemente simbolico in tutta questa regione e nelle tre religioni del libro che qui hanno trovato la loro culla. Pianta di origine indoeuropea, su queste sponde ha trovato la sua ragione d’essere, la massima espressione. Ripercorrendo la storia del vino infatti, se dopo le glaciazioni la vite sopravvisse nell’Europa mediterranea, nel Medioriente e nell’America centrale, la leggenda biblica vuole Noè il primo viticoltore ma la prima prova certa e documentata viene dai Sumeri 3000 anni a.C. da cui si passò alla Siria, quindi alla Palestina, fino all’Egitto, alla Grecia e all’Italia. Il percorso del vino nella storia comincia dagli altipiani dell’Asia Minore e della Mesopotamia passando per Atene e Roma e da lì diffondendosi in tutto il mondo.

Il primo corso di sommelier a Tunisi

Il primo corso di sommelier a Tunisi

E’ nel Mediterraneo tra l’altro che il vino si è sottoposto originariamente a una regolamentazione che ha reso l’allevamento della stessa una cultura e un’attività economica ad un tempo. Oltre tutto il mondo del vino ben illustra l’ambivalenza tra sacro e profano che, ben prima delle religioni monoteiste, ha interessato la figura ambivalente del greco Dioniso e la doppia rappresentazione latina di Bacchus (giovinetto allegro che gode della vita) e di Liber (figura più controversa). Nelle stesse religioni esiste una strana commistione tra sacro e profano in tal senso. Da sempre legato alle tradizioni di un popolo, all’identità e agli stili di vita, il vino è considerato come uno strumento di dialogo interculturale quando non di scontro ed è soprattutto dopo la stagione delle rivolte arabe che hanno portato in Tunisia come altrove il partito religioso conservatore al potere e alla diffusione del terrorismo di matrice estremista, che ho creduto importante proporre in Tunisia un corso di sommelier, il primo realizzato, con la Camera di Commercio Tuniso-Italiana di Tunisi. L’idea è maturata nel segno del “sapore” e “sapere” più che di un corso tecnico di degustazione. L’incontro ha destato molto interesse anche presso persone praticanti che hanno scelto di frequentarlo per cultura senza degustarlo e questa credo sia stata per me la più grande soddisfazione. Al di là di situazioni di frizione infatti, in Tunisia consumatori e astemi per scelta etica convivono tranquillamente e primi assumono i comportamenti dei secondi in occasione ad esempio del Ramadan, il mese della purificazione. Il Paese ha ancora un consumo acerbo anche nei comportamenti, talora con abitudini poco attente sia in termini di gusto che di comportamento. In generale infatti i giovani bevono molto.

La Tunisia è una patria del vino da sempre, dal tempo dei Fenici e la vite, anche se il territorio non è particolarmente vocato, è un elemento tradizionale che ha dato luogo ad una produzione codificata secondo la legislazione francese che rappresenta il modello di riferimento normativo statale, anche dopo la fine del Protettorato nel 1956. Non solo ma in Tunisia esiste la produzione di una birra nazionale, la Celtia, e di una serie di liquori perché è nella tradizione e convive con la religione musulmana. Certamente il Paese ha una normativa protezionistica rispetto alla produzione interna e difetta ancora della formazione di personale ad hoc anche se, essendo a vocazione tipicamente turistica, non può trascurare questo tipo di offerta. Il vino in Tunisia ha infatti una lunga storia di 3000 anni di tradizione vinicola, che comincia ufficialmente nell’815 a.C. con il trattato dell’agronomo Magon, alla vigilia della fondazione di Cartagine, ci testimonia quanto importante fossero, già in passato, il vino e la viticoltura.

La Tunisia si posiziona al 43esimo posto tra i paesi grandi consumatori di vino, con un consumo annuale stimato di 7,8 litri per abitante, secondo uno studio mondiale realizzato dal ‘Wine Institute’, tra i 50 paesi maggiori consumatori. Bisogna notare che la Tunisia è l’unico paese del Maghreb e tra i paesi arabi a figurare in questa classificazione.

In queste regioni il vino inteso originariamente come bevanda fermentata da frutta si diffonde ed Apicio, ad esempio, cita bevande fermentate a base di fichi, datteri e melograne. La Tunisia ha il tibarine e il boukha – termine che in tunisino indica i vapori sprigionati dall’alcol – che ben illustrano questa tradizione; mentre la birra, ottenuta dalla fermentazione di vari cereali, è la bevanda nazionale degli Egizi già 3000 anni prima di Cristo.

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